7 Ottobre 2026

L’Europa sia un collettore di pace

Lo sgretolarsi del vecchio ordine mondiale ha avuto ripercussioni sulla quotidianità di milioni di persone. Ha svuotato i carrelli della spesa, ha fatto schizzare il costo di case e imprese e ha messo in discussione la tenuta sociale ed economica del “Nord del mondo”.  Evidenziare questa catena causa-effetto non significa difendere egoisticamente il benessere occidentale o trascurare i diritti dei popoli vittima degli orrori della guerra. Significa constatare che non può esistere pace e sviluppo, senza che sicurezza, democrazia e diritti siano accessibili a tutti e tutte. È, quindi, urgente interrogarsi su quali azioni o strumenti siano funzionali a invertire l’inquietante tendenza al ritorno della legge del più forte. È una responsabilità non più rimandabile anche e soprattutto sindacale, di cui la Uil si è fatta carico nel corso del XIX Congresso di Padova. Durante la seconda giornata dei lavori, attivisti e sindacalisti in esilio o provenienti dai principali fronti di guerra hanno condiviso con la platea degli oltre tremila delegati, testimonianze, analisi e propositi per costruire insieme una risposta comune contro la crisi del multilateralismo globale. Tra gli ospiti, c’era Aliaksandr Yarashuk, il Presidente del sindacato indipendente e democratico bielorusso BKDP, che ha vissuto sulla propria pelle la prigionia del regime di Lukashenko. La sua colpa: manifestare contro l’invasione dell’Ucraina. Prima ancora che la Russia violasse i confini di Kiev, infatti, il popolo di Minsk era sceso in piazza. Aveva compreso che la repressione delle libertà sindacali e la violazione dei principi democratici erano gli assi portanti delle relazioni con Mosca, ma anche il preludio a una catastrofe bellica. Oggi Yarashuk, dopo i terribili anni di carcere, vive in esilio, grazie all’attivismo del sindacalismo internazionale che si è mobilitato per la sua liberazione. E in esilio, continua la sua battaglia, tenendo insieme globale e particolare. “Tutte le dittature sono simili: non rispettano i diritti fondamentali, aggrediscono il proprio popolo e i popoli vicini. La Bielorussia, ne è un classico esempio. Ma sono anche sicuro che tutte le dittature sono destinate a morire, proprio grazie a quella stessa solidarietà che ha portato alla mia liberazione”.  Yarashuk è sceso in piazza per l’Ucraina di Nataliya Levytska, Vicepresidente del KVPU, anche lei ospite della tavola rotonda. L’Ucraina di Levytska è ormai in guerra da più di quattro anni e, inevitabilmente, il sistema democratico ha dovuto adeguarsi alle bombe e all’emergenza, a discapito dei diritti di milioni di lavoratrici e lavoratori. Si perdono posti di lavoro, imprese e infrastrutture. Muoiono migliaia di giovanissimi al fronte. Un fronte che è simbolo di una nuova profonda frattura nel cuore dell’Europa, tra libertà e autoritarismo, tra democrazia e repressione. Il monito di Levytska ha commosso la platea di delegate e delegati: “Non dimenticatevi dell’Ucraina, la solidarietà deve essere rafforzata. Chiediamo condizioni per una pace giusta e per ricostruire il nostro Paese, un Paese che vuole essere europeo”. Se il racconto di Yarashuk e Levytska rintraccia il filo nero che lega autoritarismo e guerra, le parole di Marcela Leon, presidente dell’ASI venezuelano, ci dicono che quel filo può riavvolgerlo solo il popolo sovrano. Non esiste liberazione che sia etero-diretta. Non esiste democrazia che sia etero-normata. Dopo l’intervento statunitense, le sorti di Caracas non sono cambiate in meglio. Non c’è feste, non c’è pace, non c’è riconciliazione in Venezuela – ha spiegato Leon – ci sono solo delle nuove leggi che privatizzano le nostre risorse e le nostre miniere, mentre nessuno difende i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Nessuno difende la democrazia”. La Presidente di Asi è netta: il popolo venezuelano sta pagando anni di politica corrotta per cui non esistono contrattazioni collettive, non esiste il diritto di associazione e chiedere un salario dignitoso è classificato come terrorismo. È così da oltre venti anni e non è cambiato nulla con il nuovo governo. La svolta imposta dalla mano armata degli States è stato un’aperta violazione del diritto internazionale e del diritto di autodeterminazione dei popoli. Oggi, venezuelani e venezuelane, con un Pil ridotto all’osso e la pesante svalutazione del bolivar, vivono in una situazione d’emergenza. È su questo delicato passaggio che Leon ha sottolineato il carattere essenziale della solidarietà internazionale tra sindacati. “Senza la rete dell’Ilo, senza il supporto della Confederazione delle Americhe come anche del Sindacato internazionale, l’azione dell’Asi sarebbe stata impossibile”.

Della stessa comunione di intenti e azioni ha bisogno anche Shiva Boroumand, attivista iraniana per la difesa dei diritti umani e delle libertà civili. La sua testimonianza ha restituito la complessità della situazione in Iran. L’attacco congiunto di Usa e Israele, anche questo in totale contrasto con il diritto internazionale, ha aggravato un quadro già critico. Dopo l’uccisione di Mahsa Amini per la sua ciocca fuori dal velo e la nascita del movimento donna, vita e libertà, le rivendicazioni femministe sono state la chiave di volta di una ribellione ancor più radicale. Scioperi e mobilitazioni di insegnanti, commercianti e universitari hanno costellato spontaneamente le strade della vecchia Persia. Perché la violenza patriarcale del regime è andata di pari passo con la sua vocazione totalitaria e il declino delle condizioni di vita e lavoro in Iran. Oggi il popolo di Teheran è schiacciato tra le bombe americane e le esecuzioni quotidiane del regime. A morire sono soprattutto ragazzi e ragazze, giovanissimi, che lottano per la possibilità di studiare, lavorare e costruirsi un futuro di libertà e democrazia. “I potenti del mondo continuano a parlare solo di petrolio ed economia e noi iraniani ci sentiamo soli e impotenti – ha spiegato Boroumand – dobbiamo unire le lotte, senza divisioni di stato, nazionali o religiose, per costruire un mondo di pace per tutti”

A tirare le fila del dibattito è stato il Segretario generale della Uil, PierPaolo Bombardieri, richiamando la necessità di un maggior coinvolgimento di stampa e opinione pubblica che, assieme, possono ‘spostare le idee’ e fare la differenza. “Quando abbiamo inviato aiuti e dato rifugio a centinaia di ucraini, abbiamo avuto modi di incontrare tanti bambini. Tanti di loro disegnavano bombe e al rumore di qualche elicottero, si nascondevano sotto i letti. È per loro che dobbiamo fare di più”.  A dover fare di più, per il segretario della Uil è soprattutto l’Unione Europea: “purtroppo, abbiamo un‘Europa assente che non riesce ad agire come collettore di pace e si limita al puro sostegno economico, senza svolgere un efficace ruolo diplomatico”. Oltre la critica costruttiva, Bombardieri ha lasciato sempre spazio alla speranza. Ringraziando gli ospiti del panel, ha lanciato il monito a “restare umani” e a lavorare insieme per costruire un’alternativa di modello di sviluppo globale, pacifica e giusta, ancora sicuramente possibile.