Un robot delegato avanza sul podio del Congresso della Uil. È lui a illustrare contenuti e obiettivi dei nuovi progetti del sindacato in tema di IA e innovazione tecnologica. È autonomo, chiaro nel linguaggio, capace di tenere un discorso “come un umano”. Una scena che ha fatto il giro di testate e web, dimostrando plasticamente la dirompenza concreta e attuale della rivoluzione tecnologica. L’intelligenza artificiale, infatti, è già realtà. Nella nostra vita quotidiana, lavorativa o meno, interagiamo sistematicamente con i nuovi strumenti dell’innovazione.
Questo straordinario cambiamento è fautore di opportunità, vantaggi e progresso, ma anche di rischi materiali e delicate implicazioni etiche. Sviscerare ciascuno di questi aspetti e averne piena contezza per saper orientare lo sviluppo dell’IA a beneficio di tutti e tutte non è solo auspicabile, ma imprescindibile. In tal senso, la Uil si è mossa con anticipo. Da tempo, monitora e analizza con metodo l’impatto dell’automazione non solo su fabbriche e uffici, ma sulla vita umana nel suo complesso, per poter rappresentare al meglio esigenze e bisogni delle persone. La volontà di valorizzare questo obiettivo ha portato alla fondazione di un comitato scientifico sull’IA, targato Uil, in collaborazione con Eures, nato proprio per mettere a sistema questa attività di studio e sperimentazione degli ultimi anni. Con lo stesso fine, l’ultimo Congresso della Uil, celebrato dal 2 al 4 luglio, a Padova, è stato interamente dedicato al tema dell’Intelligenza artificiale e della rivoluzione tecnologica, realizzando un unicum nella storia sindacale contemporanea. Di particolare rilievo è stato il confronto svoltosi nella seconda giornata di lavori con massimi esperti scientifici ed etici sui temi dell’IA quali Arash Ajoudani, Direttore del laboratorio Human-Robot Istituto Italiano di Tecnologia; Teresa Coelho Moreira, Professoressa di Diritto del lavoro Università del Minho; Phoebe V. Moore, Professoressa di Management e Futuro del Lavoro dell’Università dell’Essex, Daniele Nardi, Professore ordinario di Ingegneria informatica a La Sapienza Università di Roma; Roberto Navigli, Professore ordinario di Natural Language Processing a La Sapienza Università di Roma e Mons. Vincenzo Paglia, Arcivescovo e Presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita. Un dibattito composito che non si è esaurito nella spiegazione di come funziona l’algoritmo, ma è stato terreno fertile per porre nuovi interrogativi, scambiare punti di vista anche divergenti e stimolare diverse prospettive di ricerca.
Oggi, l’IA adeguatamente programmata, in molti settori, è capace di fare l’azione giusta, al momento giusto, nel modo giusto, spesso sgravando gli umani dalle attività più pesanti o pericolose e, al contempo, velocizzando i sistemi produttivi. Tutti presupposti per una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Tuttavia, l’algoritmo non è solo pura efficienza. Può determinare effetti tutt’altro che positivi come un eccessivo controllo di chi lavora o l’esposizione di dati sensibili. Può addirittura avere l’effetto paradosso di intensificare i processi a danno del benessere psicofisico di lavoratrici e lavoratori. Infine, come molti esperti ed esperte più radicali sostengono, potrebbe condurre alla “fine del lavoro” portando con sé lo spettro della sostituzione. Una paura che ritorna periodicamente ad ogni nuovo passo avanti tecnologico e che, altrettanto ciclicamente, viene smentita dalla nascita di nuove professioni fino a pochi anni prima inimmaginabili. Fatto sta, però, che il passaggio dal vecchio al nuovo non è semplice ed automatico, rendendo inevitabile una riflessione sulla sostenibilità sociale della transizione e sul diritto alla formazione di lavoratrici e lavoratori. Coesistono, quindi, due facce della stessa medaglia che impongono di andare oltre il mero studio tecnico dell’IA, per abbracciare una visione olistica del fenomeno. Inoltre, come spiegato nel corso della tavola rotonda, robot e macchine, eseguonouna certa serie di calcoli e informazioni con cui vengono programmate, non capiscono ‘cosa fanno’. Un dettaglio che non è pura speculazione, anzi. L’allenamento della macchina presuppone che, nel suo operare, questa riproduca l’impronta culturale, etica, politica di chi l’ha impostata. La macchina, in sintesi, è sempre emanazione degli interessi di chi la finanzia, la progetta e la controlla. Le sequenze di 0 e 1 non sono affatto neutre. Ciò fa emergere il nodo, ancora irrisolto, di come regolare e gestire la questione delle responsabilità dell’attività dell’algoritmo. Già da ora però è autoevidente la natura critica dell’IA che non può essere lasciata in balia delle leggi del mercato o dell’interesse privato. Più volte, in tal senso, nel corso dei lavori congressuali, la Uil ha ribadito l’urgenza di una consultazione strutturale delle parti sociali da parte di governi e istituzioni, per orientare al bene comune lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’adozione della Carta di Padova, il manifesto delle 10 linee guida per indirizzare l’uso dell’automazione nel lavoro e tra le persone, è la testimonianza più vivida di questo impegno.