Il quadro finanziario pluriennale, proposto quest’anno dalla Commissione europea, ha fatto molto discutere: prevede importanti modifiche alla contabilità di Bruxelles e non poteva essere altrimenti. In una fase di grandi mutamenti economici, politici e sociali, come ha dichiarato la stessa Von Der Leyen, “l’Europa deve tenere il passo”, anche in termini di bilancio. Un assioma valido da sempre, da quando fu istituita la prima stima del fabbisogno finanziario europeo con la nascita, insieme all’Euratom, della Cee. Questa, dopo il periodo transitorio per il completamento del Mercato comune, si ritrovava in una difficile situazione di stallo.
Era la fine degli anni ’60 e il fallimento del piano Fouchet, la crisi della sedia vuota e i due veti di De Gaulle all’ingresso del Regno Unito, avevano fiaccato l’esprit communitaire. Nel mentre, la tensione sociale andava di pari passo con quella finanziaria. Il sistema di Bretton Woods era prossimo al collasso e le crisi valutarie convinsero i Sei a ragionare su un’integrazione monetaria. Un’opzione valida perfino per Parigi, pronta anche a ritirare lo storico veto sul Regno Unito. In cambio, però, chiedeva la riforma finanziaria della Pac, sostenuta poi da altri Stati della Cee.
I Sei, quindi, avevano molto di cui discutere e lo fecero, su iniziativa francese, nello storico Vertice Dell’Aja del dicembre ‘69. Non fu certo la cosiddetta fertile Messina, la Conferenza del ’55 essenziale per la nascita della Cee, ma portò alla prima riforma contabile di Bruxelles. I Sei, infatti, non solo riformarono la Pac, ma decisero di sostituire i contributi statali con risorse proprie, rafforzando il ruolo meramente consultivo del Parlamento in materia di bilancio. Novità messe poi nero su bianco, nell’aprile del ’70, dal Trattato di Lussemburgo che sanciva un periodo transitorio per il passaggio alle risorse proprie e introduceva il prelievo dell’1% dell’Iva da parte della Comunità.
Si concretizzò anche il diritto del Parlamento a emendare il progetto di bilancio, ma distinguendo tra spese obbligatorie e non obbligatorie, e ammettendo l’intervento della Assemblea solo su quest’ultime.
Nel frattempo, proseguivano i tavoli sulla moneta unica e l’allargamento. Un’accelerazione del processo comunitario che sarà meno rapida del previsto, ma allora sufficiente per spingere il movimento sindacale a reclamare più spazio nella politica europea. Non a caso, si svolse la prima Conferenza tripartita sull’occupazione, proprio a pochi giorni dai negoziati di Lussemburgo e nella stessa capitale nordeuropea. In quell’occasione, la Confederazione Europea dei Sindacati Liberi propose di agevolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro con un Comitato permanente sull’occupazione, che ottenne il consenso delle sigle comuniste e dell’Unice. Le posizioni dei governi, invece, erano più articolate. Se l’Italia vedeva di buon occhio la proposta, la Francia era restia a nuovi organi sovranazionali.
Intanto, i paesi del Benelux consigliavano di creare un gruppo ad hoc per il progetto, mentre la Germania Ovest si interrogava su quale istituzione scegliere come interlocutrice del futuro comitato. I sindacati preferivano il Consiglio, in quanto organo decisionale della Cee, ma la Commissione non avrebbe ceduto facilmente il testimone sulla politica sociale. Entrambi, alla fine, rimasero delusi. Il Comitato permanente fondato dal Consiglio nel dicembre del ’70, aveva funzioni vaghe, non incisive e, soprattutto, non aveva diritto di iniziativa. Un risultato amaro attenuato, solo in parte, qualche mese dopo, dalla riforma del Fondo sociale.
Era stato il Governo italiano, reduce dall’autunno caldo, a insistere sulla necessità di revisionare, insieme al bilancio, anche il FSE.
Così, il Consiglio, oltre ad applicare il criterio delle risorse proprie, allargò agli enti privati la possibilità di ottenere i contributi del Fondo e migliorò le procedure di erogazione. Una misura utile, ma di certo inadeguata per rimediare all’asimmetria tra integrazione economica e politica sociale. Un neo che esiste tutt’ora. Nonostante qualche progresso, economia e sociale non viaggiano ancora sugli stessi binari, anche a livello contabile.
Parallelamente, il bilancio è diventato più complesso, ma le dinamiche che lo governano non sono cambiate molto. Persiste un faticoso do ut des tra interessi nazionali sui nodi irrisolti dell’Unione. Nodi, come la difesa, l’allargamento o i fondi strutturali, che oggi vengono al pettine sotto la pressione di un ordine mondiale in subbuglio.
D’altronde, la programmazione europea è un documento vivo che riflette società, mercati e geopolitica. Il punto è come: se considerando gli indici economici o anche il loro impatto sugli squilibri territoriali o sociali. Non si tratta di decidere semplicemente priorità e ammontare delle varie voci di spesa: nel bilancio c’è in ballo la tenuta politica del sogno europeo.