L’Intelligenza artificiale non è più una prospettiva astratta. È già dentro il lavoro e nei servizi, e sta cambiando in modo concreto organizzazione, tempi, responsabilità e qualità delle prestazioni. Accade nella sanità pubblica e privata, nelle funzioni locali, nel terzo settore, negli uffici e nei servizi rivolti ai cittadini. Proprio per questo motivo, la contrattazione non può arrivare dopo, ma deve governare questa trasformazione.
Nella sanità pubblica l’Intelligenza artificiale entra nei sistemi di prenotazione, nel supporto alla diagnostica, nella gestione dei flussi, nell’organizzazione dei turni, nel monitoraggio dei tempi e dei carichi di lavoro. Nella sanità privata e nel terzo settore può incidere sugli stessi processi, con il rischio che logiche di efficienza e redditività prevalgano ancora di più sulla qualità del lavoro e dell’assistenza. Nelle funzioni locali può essere utilizzata nella gestione delle pratiche, nei servizi demografici, nei tributi, nel welfare territoriale, nella polizia locale, nel controllo dei procedimenti e nei rapporti con l’utenza. In tutti questi casi, non cambia solo uno strumento: cambia il modo in cui si lavora.
Per la Uil Fpl il punto è chiaro: l’innovazione non può diventare il pretesto per sostituire il lavoro umano, comprimere diritti, aumentare i carichi o ridurre gli spazi di confronto. E non può trasformarsi in una nuova forma di sorveglianza del lavoro, attraverso monitoraggi continui, tracciamenti, indicatori automatici e valutazioni affidate a criteri opachi. Questa sarebbe una deriva inaccettabile.
Ecco perché ogni introduzione di sistemi di Intelligenza artificiale che incida su mansioni, orari, turni, valutazioni, responsabilità, organizzazione del lavoro o accesso ai servizi deve passare da informazione, confronto e contrattazione. Non è una materia tecnica da lasciare alla discrezionalità delle amministrazioni o dei datori di lavoro. È una questione politica, perché riguarda potere, diritti, qualità del lavoro e dei servizi pubblici.
C’è poi il nodo della trasparenza. Gli algoritmi non possono essere scatole nere. Se orientano decisioni, priorità, prestazioni o carichi di lavoro, lavoratrici, lavoratori e sindacato devono sapere come funzionano, quali dati utilizzano, quali criteri applicano. Senza trasparenza l’innovazione diventa arbitrio. E senza controllo umano il rischio è che errori, bias, discriminazioni, disinformazione e false rappresentazioni della realtà entrino nei processi pubblici con una parvenza di neutralità che neutralità non è.
La questione più politica resta la redistribuzione del valore. Se l’Intelligenza artificiale fa aumentare la produttività, la velocità e l’efficienza, quel valore non può essere trattenuto tutto dai datori di lavoro e scaricato su lavoratrici e lavoratori sotto forma di più carichi di lavoro. Deve tradursi in salari più alti, valorizzazione professionale, formazione vera e riduzione dei tempi di lavoro.
Anche la formazione va presa sul serio. Deve essere un diritto esigibile, strutturato, svolto in orario di lavoro, con percorsi reali di accompagnamento e riqualificazione.
La sfida, allora, non è se usare l’intelligenza artificiale, ma regolamentare chi la governa e a vantaggio di chi. Per noi la risposta è chiara: l’innovazione va governata nella contrattazione, con regole, limiti e garanzie. Perché o rafforza diritti, lavoro e qualità dei servizi, oppure diventa l’ennesimo strumento con cui si scaricano sulle lavoratrici e sui lavoratori i costi del cambiamento e si concentrano altrove i benefici.