Recentissimi dati ci confermano che nel nostro Paese abbiamo salari bassi e pensioni basse e che questo è ciò che frena l’economia. È chiaro che sia così. Se le famiglie, le persone, non hanno potere d’acquisto, non ci sono i consumi, e senza consumi non c’è spinta alla crescita.
Ma perché nel secolo scorso nonostante i bassi salari e le basse pensioni c’era più benessere? È presto spiegato: avevamo un ottimo welfare. Avevamo l’equo canone, il trasporto pubblico a prezzo politico, i libri per la scuola dei figli pagati in parte dalle aziende. Inoltre, non c’erano le tasse locali, i ticket e i superticket. Racconto spesso un episodio per spiegare meglio questo concetto: quando ero un operaio alla fabbrica di Termini Imerese, ci portarono a visitare la Volkswagen in Germania. I nostri colleghi tedeschi avevano lo stipendio 2 volte più alto del nostro, ma un tenore di vita più basso, perché il welfare tedesco era nettamente inferiore a quello italiano.
Ora il nostro welfare è stato smantellato. Esempio lampante è la sanità pubblica: l’anno scorso, oltre 4,5 milioni di persone (in aumento del 7% rispetto all’anno precedente, 372 mila persone in più) hanno dovuto rinunciare a visite o accertamenti per problemi economici. Questo perché le liste d’attesa sono infinite e quindi o si paga o si rinuncia. Sono le persone anziane, quelle che avrebbero più bisogno dei controlli, a pagare il prezzo più alto. Circa il 10% degli over 75 rinuncia alle visite per problemi economici.
Non è solo la sanità. Gli affitti sono alle stelle, i prezzi dei beni alimentari sono in continua crescita, persino i trasporti sono diventati più cari. Bisogna invertire questa tendenza. Servono investimenti mirati a migliorare concretamente la vita delle persone. Non interventi spot, ma una vera e propria riforma del welfare del nostro Paese, perché paghiamo delle tasse altissime (soprattutto lavoratori e pensionati) e non è possibile che i servizi non siano all’altezza.
Oggi come oggi, il welfare è stato sostituito da una forza silenziosa: le pensionate e i pensionati italiani sono il vero ammortizzatore sociale del Paese. In Italia ci sono circa 12 milioni di nonni. Di questi, circa un terzo si occupa regolarmente dei nipoti: parliamo di 3,7 milioni di famiglie che ogni giorno riescono ad andare avanti grazie a questo aiuto. Un contributo enorme che produce un risparmio concreto sui bilanci familiari e, di conseguenza, sull’intera economia nazionale.
Pensiamo al babysitting. Una babysitter oggi costa mediamente tra i 10 e i 15 euro l’ora. Molti nonni dedicano ai nipoti circa 20 ore a settimana: questo significa un risparmio per le famiglie che può arrivare a 200-300 euro settimanali, cioè tra 10.400 e 15.600 euro l’anno. A questo si aggiunge il contributo economico diretto. Molte persone anziane aiutano figli e nipoti con regali, libri scolastici, corsi extrascolastici, piccole spese impreviste, talvolta veri e propri prestiti. In media, questo sostegno vale tra 1.800 e 2.500 euro l’anno per famiglia. Se mettiamo insieme tutti questi elementi, il risparmio complessivo per una famiglia che può contare sull’aiuto dei nonni varia tra 12.560 e 19.288 euro all’anno. Una cifra enorme, che dice una cosa molto chiara: senza il contributo delle pensionate e dei pensionati, il sistema non reggerebbe.
Su scala nazionale, questo si traduce in un risparmio complessivo superiore ai 45 miliardi di euro l’anno. È una cifra impressionante, che dovrebbe far riflettere chi governa questo Paese. Perché oggi il welfare pubblico è stato sostituito, di fatto, dal welfare familiare, e al centro di questo sistema informale ci sono proprio le pensionate e i pensionati.
Ma questo modello non è sostenibile. Non si può continuare a scaricare sulle spalle degli anziani il peso delle mancanze dello Stato. Serve una vera riforma del welfare, che restituisca servizi, diritti e tutele, e che riconosca finalmente il valore sociale ed economico delle persone anziane.