Venticinque giorni fa il mio cuore ha fatto un po’ i capricci: un infarto improvviso, nel cuore della notte, mi ha sorpreso e mi ha impaurito.
Care delegate, cari delegati, non potete capire la gioia che provo nell’essere qui oggi con voi, con un cuore colmo di gioia e un po’ di betabloccanti che tengono a bada l’adrenalina. Quelle notti insonni in terapia intensiva, con il bip dei monitor come unica compagnia fino all’alba, mi hanno fatto capire meglio il valore della grinta con cui il Segretario generale porta avanti la battaglia “Zero morti sul lavoro”. Non è una campagna, non è un punto programmatico, non è un argomento da congresso: zero morti è la sicurezza, è il diritto di tornare a casa e abbracciare i propri figli.
Da anni, la Uil mette al centro della discussione politica temi che diventano poi agenda dei governi: la tassa sugli extraprofitti, il patto di stabilità, il dumping contrattuale, la centralità della contrattazione. Sono battaglie che a livello nazionale hanno un nome, ma che in Molise hanno anche un volto quotidiano: quello di chi lavora con un contratto che non arriva a fine anno, di chi si sposta ogni giorno su strade interne che allungano la fatica prima ancora di iniziarla, di chi presta servizio in una sanità pubblica ridotta all’osso, tra reparti sguarniti e presidi che chiudono o rischiano di chiudere.
Manomettere un dispositivo di sicurezza, un gesto che può provocare infortuni e incidenti mortali, per noi deve essere reato penale. Perché quello non è un incidente: è un omicidio. E non parlo solo di cantieri e fabbriche: parlo anche dello stress correlato al lavoro, del burnout, di una salute mentale troppo trascurata in nome della produttività. Se una lavoratrice o un lavoratore deve sacrificare il cuore per portare a casa un salario, questo Paese ha fallito. Ed è successo a me, che pure amo ciò che faccio.
Non dobbiamo più girarci dall’altra parte quando una lavoratrice o un lavoratore ci dice che è esausto, stressato dai turni, che sia un metalmeccanico di Termoli o un’infermiera di Campobasso, magari precaria, magari costretta a fare i conti ogni giorno con un servizio sanitario e una viabilità che in Molise non aiutano nessuno. È lo stesso lavoratore che nelle aree interne rinuncia a curarsi, perché l’ospedale più vicino è a un’ora di macchina; è la stessa lavoratrice che accetta un rinnovo precario perché in questa Regione il lavoro stabile è merce rara. Non dobbiamo girarci dall’altra parte nemmeno davanti a chi ci racconta l’ansia per l’incertezza del futuro lavorativo, un’ansia che qui, tra spopolamento e mancanza di alternative, pesa il doppio.
Devo essere sincero: nelle ultime settimane ho avvertito una vicinanza umana indescrivibile, telefonate, messaggi, dall’iscritto al collega, fino al gruppo dirigente molisano, i cui abbracci valevano più di cento aspirine. Ho sentito la vicinanza di tutti voi, e questa comunità ha il dovere di essere accanto alla vita delle persone che rappresentiamo, in una Regione in cui essere lasciati soli, dal punto di vista sanitario e infrastrutturale, è già la norma troppe volte.
Io sono stato fortunato: la vita mi ha dato un’altra possibilità, e voglio coglierla tutta. Molte lavoratrici e molti lavoratori che rappresentiamo questa possibilità non l’hanno avuta. Dedico a loro la conclusione del mio intervento e ogni singolo battito di questo mio nuovo cuore.