Il 2025 per la Uil del Friuli Venezia Giulia ha visto la continuazione e il rafforzamento dei proficui rapporti con la Regione in un percorso condiviso sia con le altre sigle sindacali sia con le associazioni datoriali.
Il contributo regionale, chiesto con forza dalla Uil, unitamente a Cgil e Cisl, per i pensionati con reddito sotto i 15mila euro, giunto al suo secondo anno, è inserito strutturalmente nella programmazione regionale. Le tre sigle sono state coinvolte nella discussione sul Testo unico regionale sul commercio e turismo, che ha recepito le proposte della Uil perché i contributi alle imprese siano condizionati all’applicazione dei contratti maggiormente rappresentativi. E anche sui nuovi insediamenti commerciali, perché le decisioni siano precedute da un confronto tra regione e parti sociali.
La Regione si è inoltre impegnata con incentivi per lo sviluppo della contrattazione di secondo livello, e sul protocollo appalti, perché siano valorizzate le imprese che curano le buone prassi dei rapporti sindacali maggiormente rappresentativi.
Va quindi tutto bene? No. Ci sono molti punti su cui, nel 2026, la Uil del Friuli Venezia Giulia intende proseguire il confronto, scegliendo sempre il merito delle questioni, ed evitando arrocchi ideologici o su temi che nulla hanno a che fare con il lavoro. Al primo posto vi è il tema salariale: i salari sono di fatto congelati anche in Friuli Venezia Giulia, così come il Pil, nonostante il volume di incentivi e contributi che la Regione negli ultimi anni ha iniettato nel tessuto produttivo, grazie a una serie di manovre di bilancio da record.
Si è scelto infatti di investire notevoli risorse sul turismo, settore con ‘moltiplicatore’ basso e quello più affetto da lavoro precario (rapporti part-time o finti part-time, salari bassi). Al contempo il comparto industriale, esclusa la cantieristica navale, soffre per i problemi geopolitici, sia in quanto parte delle filiere europee in crisi (come automotive in Germania), sia per l’incertezza internazionale per quanto riguarda l’export (meccanica, mobile e agroalimentare).
Se nella cantieristica navale permane ancora il problema dei subappalti non sempre trasparenti, per i quali c’è bisogno di una chiara norma nazionale, attenzione particolare va destinata anche al settore primario. Nell’agricoltura, in Friuli Venezia Giulia, negli ultimi anni, si è verificato uno slittamento ‘etnico’ nella forza lavoro straniera (il 52% di quella totale), dalla manovalanza rumena a quella pakistana, con una preoccupante elusione dei diritti dei lavoratori, e un aumento del sommerso e del caporalato.
Il perno della logistica del Friuli Venezia Giulia è il porto di Trieste. La Uil, primo sindacato in questa realtà, intende collaborare e vigilare affinché si prosegua sulla strada del lavoro tutelato e non si facciano ‘economie’ sull’aspetto della sicurezza. Preoccupa invece a livello nazionale l’annunciata riforma Rixi, una risposta sbagliata a una domanda giusta (avere una strategia nazionale sui porti), in quanto si rischia di ridurre l’autonomia e la specificità del Porto di Trieste, unico vero porto internazionale del Paese.
Un altro ‘appuntamento’ che ci vedrà impegnati nel 2026 è la fine dei progetti Pnrr che, nel dopo pandemia, hanno sorretto l’economia regionale, in particolare l’edilizia. Anche questo settore è caratterizzato, in Friuli Venezia Giulia, da una forte presenza di lavoratori stranieri, storicamente dei Paesi vicini (Croazia, Serbia, Albania), e vede ora un rapido aumento di lavoratori dell’Asia centrale. Fenomeno che spesso è accompagnato da una barriera linguistica che crea criticità sia per quanto riguarda la formazione e la sicurezza in cantiere sia per fenomeni di subappalti ‘selvaggi’ e caporalato gestito dagli stessi connazionali dei lavoratori.
Su questo, la Uil continua a chiedere più controlli da parte degli organi di ispezione, e norme più decise, anche a livello regionale, capaci di escludere dagli appalti e dai contributi pubblici le imprese non trasparenti.