La crisi dell’industria che stiamo attraversando non è una tempesta passeggera. È un terremoto silenzioso che sta svuotando il futuro dei nostri giovani e togliendo dignità a chi ha lavorato una vita intera.
Ci vengono raccontati dati record sull’occupazione, ma chi vive ogni giorno le fabbriche e le strade conosce bene la realtà: lavoro segmentato, precario e sottopagato. I giovani non firmano più contratti, ma lotterie quotidiane. E quando rifiutano offerte da cinquecento o seicento euro fanno bene, perché non vogliono diventare gli schiavi del terzo millennio.
Per loro dobbiamo resistere ancora di più, contro un capitalismo famelico, straccione e predatorio, che compete risparmiando sulla pelle di chi lavora. Parlare di dignità è facile, ma se non si tutela la vita umana, i “mai più” pronunciati dopo ogni morte sul lavoro diventano parole vuote. Ogni giorno tre persone non tornano a casa. Non sono numeri, non sono “morti bianche”: sono donne e uomini, sono vite spezzate. E troppo spesso non si tratta di fatalità, ma di veri e propri omicidi sul lavoro.
Se non rimettiamo al centro le persone, la giustizia sociale e la redistribuzione della ricchezza, il Paese non si modernizza: si sgretola. Un Paese che non garantisce un futuro ai propri figli rinuncia da solo al proprio domani.
Lo stesso vale per la transizione ecologica. Noi vogliamo fabbriche pulite, sicure e sostenibili. Ma non può esistere una transizione verde senza una transizione sociale. Se il prezzo da pagare sono migliaia di posti di lavoro, non è progresso: è macelleria sociale travestita da ideologia ecologica.
Le vertenze aperte dimostrano quanto sia grave l’assenza di una vera politica industriale. I marchi se ne vanno, le imprese delocalizzano, la manifattura arretra, le piccole e medie imprese soffrono e la cassa integrazione cresce. Quando chiude una fabbrica non perdono soltanto i lavoratori: si spegne un intero territorio. Chiudono negozi, si abbassano saracinesche, si impoveriscono comunità.
Noi non vogliamo la carità e non possiamo accettare che la cassa integrazione diventi una condizione permanente. Vogliamo lavoro di qualità e impegni precisi. Le multinazionali che ricevono risorse pubbliche devono investire nell’occupazione. Se non lo fanno, quei soldi devono essere restituiti fino all’ultimo centesimo, perché appartengono ai lavoratori e ai pensionati di questo Paese.
Resisteremo un minuto in più di Electrolux, Beko, Ilva, Stellantis e di chiunque persegua interessi predatori a scapito delle persone. E resisteremo un minuto più della politica, quando la politica rinuncia al proprio ruolo. Lo dico da tarantino ferito: spesso abbiamo dovuto difenderci prima dai governi e poi dai padroni.
Anche l’Europa deve cambiare passo. Le grandi potenze investono nell’industria e proteggono il lavoro; l’Europa, invece, rischia di mettere in ginocchio il proprio sistema produttivo. Abbiamo bisogno dell’Europa nata dalla solidarietà tra i popoli, non di un’Europa governata soltanto da tecnocrati, austerità e fogli Excel. Dietro quei numeri ci sono persone, famiglie, salari e comunità.
La Uil e la Uilm non si arrenderanno. Saremo ogni giorno dove c’è un posto di lavoro da difendere, un salario dignitoso da conquistare, una vita da proteggere. Insieme, perché fare Sindacato significa proprio questo: stare insieme per la giustizia.