L’Intelligenza artificiale rappresenta una straordinaria opportunità di cambiamento, paragonabile – per portata storica – all’introduzione delle macchine a vapore, che segnarono il passaggio dal lavoro agricolo a quello industriale. Tuttavia, a differenza di quella fase, la trasformazione del lavoro oggi appare più incerta e meno lineare.
Il rischio che Intelligenza artificiale, digitalizzazione e robotica non si limitino a trasformare il lavoro, ma contribuiscano anche a ridurne complessivamente il volume è concreto. Per questo diventa fondamentale comprendere, fin da ora, in quale direzione orientare il nuovo lavoro: quali professioni emergeranno, quali competenze saranno necessarie, come ripensare i sistemi formativi. Scuola, università e politiche industriali devono essere guidate da una visione chiara e anticipatrice, capace di accompagnare questa transizione.
In questo senso, fa bene la Uil nazionale a mettere da tempo al centro del dibattito il tema dell’Intelligenza artificiale e delle sue ricadute. È una scelta lungimirante, perché il Sindacato confederale deve essere protagonista di questa fase, per rappresentare al meglio gli interessi delle lavoratrici, dei lavoratori e dei pensionati, evitando che il cambiamento venga subìto e non governato.
In questo quadro, diventa centrale il ruolo della contrattazione collettiva, sia nazionale sia integrativa. È nella contrattazione che si possono governare concretamente gli effetti dell’innovazione nei luoghi di lavoro: dall’organizzazione del lavoro all’utilizzo degli algoritmi, dalla tutela delle professionalità alla formazione continua, fino alla redistribuzione dei guadagni di produttività. Senza contrattazione, il rischio è che l’innovazione venga gestita unilateralmente dalle imprese; con la contrattazione, invece, può diventare uno strumento di qualità del lavoro e di maggiore equità.
Per il Sindacato, e per la Uil in particolare, si pone con forza il tema della redistribuzione dei grandi guadagni di produttività generati da questa evoluzione tecnologica. Tali benefici devono tradursi in lavoro e reddito. In questa prospettiva si inserisce la proposta di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, come strumento per condividere i vantaggi dell’innovazione. Accanto a ciò, è necessario immaginare forme di tassazione dei grandi profitti generati dall’Intelligenza artificiale, finalizzate al rafforzamento dello stato sociale e alla promozione di una maggiore responsabilità sociale delle grandi imprese tecnologiche.
Un ulteriore nodo cruciale riguarda il sistema di regole. L’Intelligenza artificiale non può diventare uno strumento nelle mani di pochi capace di alterare gli equilibri democratici. È ormai evidente come queste tecnologie possano incidere profondamente sui processi di comunicazione e sull’influenza delle opinioni pubbliche. Per questo è indispensabile definire regole che garantiscano un accesso diffuso, trasparente e democraticamente governato.
Serve, dunque, un confronto ampio, capace di trovare un equilibrio tra i diversi interessi in campo, evitando squilibri in cui il capitale – principale detentore delle tecnologie – possa esercitare un potere eccessivo, anche attraverso un uso distorto delle informazioni.
La sfida dell’Intelligenza artificiale non è solo tecnologica: è sociale, economica e democratica. Ed è proprio su questi piani che si giocherà la qualità del nostro futuro.