8 Ottobre 2026

SENZA INDUSTRIA NON C’È EUROPA SOCIALE

Il ragionamento di PierPaolo Bombardieri sull’Europa sociale ci riguarda direttamente. Nel metalmeccanico, lo vediamo ogni giorno: quando l’Europa fissa vincoli senza costruire strumenti comuni di crescita, il prezzo ricade su lavoratrici, lavoratori, imprese e filiere industriali.

Non abbiamo bisogno di meno Europa, ma di un’Europa diversa: più politica, più sociale, più industriale. Un’Europa capace di governare le transizioni, non di subirle; di difendere il lavoro, non di esporlo alla competizione globale senza regole; di sostenere la manifattura, non di trasformarsi solo in un mercato per prodotti realizzati altrove.

Stellantis e la componentistica, Electrolux, la siderurgia e l’ex Ilva non sono crisi isolate. Sono il sintomo di una debolezza strutturale: manca una vera politica industriale europea. Si parla molto di transizione ecologica e digitale, ma troppo poco di investimenti, energia a costi sostenibili, produzioni strategiche e occupazione.

Il caso dell’auto elettrica è emblematico. Nei primi cinque mesi del 2026, in Italia, le auto di questa tipologia riconducibili a gruppi cinesi hanno rappresentato il 41% del mercato elettrico, contro il 10% dello stesso periodo dell’anno precedente. Nello stesso arco di tempo, l’unico modello elettrico prodotto nel nostro Paese, la 500 di Mirafiori, si è fermato a una quota dello 0,8%. Questo significa che la transizione, se non è accompagnata da una politica industriale europea, rischia di finanziare produzioni realizzate altrove, mentre in Italia e in Europa si indeboliscono stabilimenti, filiere e occupazione.

Non si può chiedere alle imprese europee di adottare standard ambientali e sociali sempre più stringenti e, allo stesso tempo, lasciare aperte le porte a produzioni extraeuropee realizzate con costi energetici, salariali e normativi incomparabili. Così si alimenta il dumping. E quando il dumping entra nelle fabbriche, l’effetto è sempre lo stesso: salari sotto pressione, tagli agli organici, chiusure, ricatti occupazionali.

Acciaio, energia, materie prime, batterie e componentistica non sono dettagli tecnici. Sono la base dell’autonomia industriale europea. Per questo condividiamo la linea della Uil: non basta invocare l’Europa, bisogna cambiarne le priorità. Servono strumenti comuni sul modello del Next Generation Eu e del Sure, una cabina di regia sull’energia, politiche fiscali e industriali che non scarichino i costi della transizione su lavoratori e pensionati. La transizione sociale è la condizione perché quella ambientale e tecnologica non diventi una nuova frattura sociale.

Anche il Governo italiano deve fare la propria parte. Le crisi industriali non si risolvono rincorrendo emergenze stabilimento per stabilimento. Si affrontano con una strategia europea sulla manifattura, regole contro la concorrenza sleale, investimenti e coinvolgimento delle parti sociali.

La Uilm continuerà a dire con chiarezza che i lavoratori non sono il bancomat delle crisi industriali. Hanno già fatto sacrifici, difeso stabilimenti e produzioni, accettato cambiamenti difficili. Ora tocca alle Istituzioni, italiane ed europee, dimostrare la stessa responsabilità.

Un’Europa sociale senza industria resta una promessa vuota. Un’Europa industriale senza lavoro e diritti diventa competizione al ribasso. Noi vogliamo un’Europa che tenga insieme produzione, salario, ambiente e giustizia sociale.