7 Ottobre 2026

INTELLIGENZA ARTIFICIALE, LAVORO E GIUSTIZIA SOCIALE

L’Intelligenza artificiale non è soltanto un’innovazione tecnologica: è una trasformazione che incide già oggi sull’organizzazione del lavoro, sulle modalità di accesso all’occupazione, sui diritti, sulla formazione, sulla sicurezza e sugli equilibri sociali e territoriali. Per questa ragione, la Uil ha scelto di non subire questo cambiamento, ma di studiarlo, comprenderlo e governarlo attraverso la contrattazione e l’iniziativa sindacale.

L’Intelligenza artificiale sta entrando in modo sempre più rilevante nelle politiche del lavoro e nei servizi per l’impiego: sistemi automatici incrociano domanda e offerta, selezionano curricula, profilano competenze e orientano percorsi professionali. Questi strumenti possono rendere più efficienti le politiche attive, ma non possono sostituire la responsabilità pubblica e il ruolo delle persone. Un algoritmo non può decidere da solo il destino lavorativo di una persona: servono trasparenza, controllo pubblico e regole chiare, per evitare esclusioni automatiche e nuove forme di disuguaglianza.

Allo stesso tempo, l’Intelligenza artificiale cambierà profondamente molte professioni e ne trasformerà altre. Per questo diventa decisivo rafforzare gli ammortizzatori sociali, le politiche attive e soprattutto il diritto alla formazione permanente. Upskilling e reskilling non devono essere parole alla moda, ma diritti esigibili per le lavoratrici e i lavoratori, sostenuti da risorse pubbliche e contrattuali, anche utilizzando in modo mirato i fondi europei e le politiche regionali. La transizione digitale deve essere una transizione giusta, che non lasci indietro nessuno e che non aumenti i divari tra territori e tra persone.

L’Intelligenza artificiale può, inoltre, rappresentare uno strumento importante per migliorare la salute e la sicurezza sul lavoro, attraverso sistemi di prevenzione, monitoraggio e manutenzione predittiva. La sicurezza, però, deve restare un principio non negoziabile: le nuove tecnologie non possono diventare strumenti di controllo o di aumento dei ritmi, ma devono servire a ridurre gli infortuni e a tutelare la salute fisica e psicologica delle persone, con l’obiettivo che per la Uil resta chiaro: “Zero morti sul lavoro”.

C’è, poi, un tema fondamentale che riguarda le pari opportunità. Gli algoritmi non sono neutri e possono riprodurre e amplificare discriminazioni di genere, penalizzare percorsi lavorativi discontinui, accentuare il part-time involontario e le differenze salariali. Per questo anche l’Intelligenza artificiale deve diventare materia di contrattazione, per garantire trasparenza, non discriminazione, e pari opportunità nell’accesso al lavoro e nelle carriere.

La vera sfida che abbiamo davanti non è tecnologica, ma sociale e politica: decidere se l’innovazione servirà ad aumentare le disuguaglianze o a migliorare la qualità del lavoro e della vita delle persone. Anche nell’era dell’Intelligenza artificiale, il futuro del lavoro non lo decide un algoritmo, ma la contrattazione, le politiche pubbliche e la forza organizzata delle persone che lavorano.