È ridondante fare i complimenti per il tema del Congresso che racchiude implicitamente la nostra cultura riformista che ci impone di sostenere le graduali trasformazioni, le riforme utili, i cambiamenti necessari, quelli possibili, quelli non minacciati o addirittura imposti.
Personalmente credo che il nostro Sindacato faccia benissimo ad adeguarsi e stare al passo con i tempi che cambiano celermente senza perdere di vista i valori di riferimento che lo hanno contraddistinto da sempre e i principi che da sempre hanno guidato le nostre rivendicazioni.
L’innovazione dovrà essere gestita dalle persone che, a loro volta, dovranno garantire i diritti individuali e collettivi per emarginare l’attuale incertezza, ad esempio, tra perdita e creazione di posti di lavoro, tra la scomparsa di alcuni mestieri e il cambiamento di altri.
Ciò richiede di anticipare il cambiamento, fornendo le competenze necessarie ai lavoratori e alle imprese e diventa fondamentale e urgente gestire preventivamente tutte le criticità e i rischi in un quadro regolamentare definito e, soprattutto, con la contrattazione collettiva, per evitare “un’anarchia digitale” che invece di portare progresso rischierebbe di creare un nuovo “medioevo digitale”, affinché l’intelletto non venga sostituito.
In questo contesto, c’è la scuola dove le persone insegnano, a loro volta, a formare menti libere.
Per questo la nostra posizione verso l’IA non è né di paura o di chiusura, non siamo tecnofobici, né di passiva accettazione, ma di ricerca attiva di soluzioni che mettano sempre al centro le persone, salvaguardando il loro pensiero critico.
Il nostro Ministero ci dice che l’Intelligenza artificiale è già entrata nel sistema educativo italiano, con l’inserimento dell’informatica e di elementi di IA nei programmi. Non è sufficiente. La vera domanda è: la scuola è pronta? No. Siamo ancora distanti.
A nostro parere la risposta a questa domanda non può prescindere dalla risoluzione, a monte, di alcuni problemi atavici che attanagliano la scuola italiana e che diventano propedeutici all’introduzione dell’IA nelle aule scolastiche. Il precariato diffuso, ad esempio: come pensiamo di formare docenti “fantasmi”? Nella scuola i precari sono 280mila. Assunti a settembre e licenziati in massa a giugno. E, ancora, l’edilizia scolastica: solo la metà delle scuole italiane ha un collegamento internet, con notevoli disuguaglianze digitali fra Nord e Sud. Su 40mila edifici scolastici, 36mila non dispongono delle certificazioni obbligatorie. Il 40% non ha il collaudo statico. Il 66% è stato costruito prima del 1975. E, inoltre, il 23% non è stato progettato per uso scolastico.
Affermazioni come “Un giovane laureato vale come un giovane che non ha scelto di farlo per andare a lavorare” gridano vendetta. Quindi, l’asservimento della scuola al mercato, sacrificando ore di italiano, di geografia, lingue e addirittura con il tentativo di eliminare o ridurre lo studio di autori umanistici, quali Marx e Spinoza, non può passare inosservato. Perché un alunno diplomato al tecnico o al professionale non dovrebbe conoscere l’etimologia della parola ‘tornio’ che deriva dal latino piuttosto che dal greco antico? È per questo che noi, al contrario dei fautori della parola competenza, pensiamo che la scuola sarà pronta solo se resisterà il termine conoscenza. Le grandi trasformazioni, le grandi innovazioni che necessitano di competenze, ne siamo convinti, si costruiscono sulle conoscenze. Senza basi solide, rischiano di essere fragili.
Detto ciò, l’IA può rappresentare un importante strumento per la scuola, ma è importante utilizzarla con cautela. Bisogna insegnare ai ragazzi che questi rimangono sempre strumenti e che la loro autodeterminazione, il loro cervello, il loro pensiero devono rimanere sempre autonomi e che, quindi, devono governare questi processi, non farsi governare.
Le innovazioni vanno dunque governate, non subite. In un tempo complesso, segnato anche dai conflitti, è ancora più importante ricordare che al centro di tutto deve esserci sempre la persona. La tecnologia è uno strumento, non il fine.
Servono tre cose fondamentali: formazione per tutto il personale, linee guida nazionali chiare e condivise basate su etica e trasparenza e un riferimento ai modelli europei più avanzati che puntano molto sulla formazione, ma che, allo stesso tempo, valorizzano e promuovono la libertà di insegnamento.
Quindi è necessario ripensare il tutto in termini di umanesimo tecnologico per rispondere alla volontà di porre nuovamente l’essere umano al centro, non in opposizione alla tecnologia, ma usando quest’ultima in vista di un miglior servizio all’umanità.
La vera sfida sarà garantire un equilibrio costante e reale tra innovazione, persone e diritti.
Infine, vi volevo ringraziare a nome dell’intera categoria. In questo quadriennio ci siamo sentiti sempre sostenuti e mai da soli. Questo per noi è stato molto importante. Abbiamo lavorato tutti insieme con la consapevolezza che il supporto, le intuizioni, le proposte e le azioni della Confederazione e con la Confederazione, insieme alle categorie, che sono state poi riproposte, condivise e sostenute nei territori, dimostrano che, lavorando in sinergia, tutti insieme, i risultati non tardano ad arrivare.