7 Ottobre 2026

ESSERE PARTE IN CAUSA: LA RESPONSABILITÀ DEL CAMBIAMENTO

Il 2026 si apre in un quadro complesso, che impone scelte chiare, responsabilità condivise e una rappresentanza capace di stare dentro il cambiamento. Non è un passaggio neutro, non è un tempo ordinario. È una fase in cui ogni esitazione pesa, ogni ambiguità lascia ferite, perché ciò che è in gioco riguarda il lavoro, i diritti, la dignità delle persone e la tenuta stessa del patto sociale.

Quando il Segretario generale PierPaolo Bombardieri afferma che «non è tempo di essere spettatori, siamo parte in causa», non richiama soltanto all’impegno sindacale. Richiama a una scelta di campo. Essere parte in causa significa rifiutare la comodità dell’attesa, rompere l’illusione della neutralità, assumersi fino in fondo la responsabilità di incidere nel tempo che viviamo.

Il mondo del lavoro è attraversato da una trasformazione profonda e spesso brutale. Precarietà che diventa condizione permanente, salari che non tengono il passo della vita reale, carriere frammentate, diritti che si assottigliano. In questo scenario, la rappresentanza non è un’eredità garantita: è una conquista quotidiana. O si rinnova, o si indebolisce. O sa parlare al lavoro reale, o smette di essere credibile.

La Uil ha scelto di non rifugiarsi nella difesa dell’esistente. Ha scelto di interrogarsi, di cambiare, di mettersi in discussione. Perché il cambiamento non è qualcosa che accade solo fuori: è già dentro la Uil. È nelle scelte compiute, nei percorsi di rinnovamento, nella consapevolezza che la fedeltà alla propria storia passa oggi dalla capacità di evolvere.

Il punto vero, oggi, è che donne e giovani sono i primi in cui il cambiamento produce effetti concreti, e l’intelligenza artificiale rende questa evidenza ancora più netta e, spesso, più dura. Sono loro a sperimentare, per primi, lavori frammentati, competenze svalutate, tempi di vita compressi, algoritmi che decidono turni, carichi, valutazioni. Non è modernità: è asimmetria di potere travestita da innovazione, se non saremo in grado di governarla.

Le donne continuano a tenere insieme lavoro e cura mentre la tecnologia promette efficienza, ma scarica complessità sulle persone. I giovani entrano in un mercato del lavoro governato da piattaforme e sistemi automatizzati senza regole chiare, dove il futuro è sempre provvisorio e il merito non basta. Qui l’intelligenza artificiale non è neutra: amplifica disuguaglianze già esistenti, rende invisibili i più deboli, accelera processi che senza rappresentanza diventano esclusione.

Per questo il protagonismo di donne e giovani non è una scelta simbolica né un esercizio di rinnovamento generazionale. È una scelta politica di campo. O il sindacato entra fino in fondo in questo spazio, governa l’innovazione, contratta gli algoritmi, rimette al centro la persona, oppure lascia che siano altri a decidere chi conta e chi no nel lavoro che verrà.

Il Congresso della Uil si colloca dentro questo tornante storico. Non come un rito, ma come un atto di responsabilità collettiva. Un momento in cui si misura la capacità del sindacato di essere all’altezza del proprio tempo, di dare direzione al cambiamento, di rafforzare una rappresentanza che non arretra.

Essere parte in causa significa questo. Il messaggio del nostro Segretario generale dobbiamo farlo nostra: scegliere di non restare ai margini, di non essere neutrali, di non rinunciare alla propria funzione. Significa avere il coraggio di guidare il cambiamento anche quando è faticoso, anche quando è scomodo.

Perché se il sindacato non sta nei luoghi delle decisioni si rinuncia a incidere e viene meno la rappresentanza.