7 Ottobre 2026

IL PROBLEMA NON È L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, MA L’USO CHE SE NE FA

All’inizio del XIX secolo, in Inghilterra, nacque il cosiddetto luddismo: un movimento operaio di protesta, caratterizzato dal sabotaggio dei macchinari industriali, considerati causa di disoccupazione, bassi salari e sfruttamento. Il luddismo – che prende il nome da un operaio, Ned Ludd, che sembra avesse distrutto due telai in un’azienda tessile – è considerato un precursore dei sindacati e delle lotte operaie.

Oggi stiamo vivendo la quarta rivoluzione industriale, nota anche come Industria 4.0, caratterizzata dalla fusione di tecnologie fisiche, digitali e biologiche, con l’integrazione di sistemi intelligenti, Intelligenza artificiale, Internet of Things (IoT) e automazione avanzata, che trasforma profondamente i processi produttivi.

Dobbiamo aspettarci un nuovo luddismo? A giudicare dal dibattito sull’impatto dell’Intelligenza artificiale sui cicli produttivi e, soprattutto, sull’occupazione, non sarebbe un’eventualità da escludere. Il tema è certamente complesso e c’è bisogno di un approccio pragmatico e costruttivo. Sapere che la Uil dedicherà il suo prossimo Congresso nazionale a questo tema, dimostra lungimiranza e attenzione.

Certamente, ciò che dobbiamo evitare è che l’Intelligenza artificiale diventi un alibi per giustificare chiusure e licenziamenti. È proprio di questi giorni il caso di un’azienda informatica di Marghera, nel veneziano, assurta agli onori della cronaca nazionale, perché sembrava volesse licenziare 37 lavoratori e sostituirli con l’Intelligenza artificiale.

In questa operazione, di Intelligenza artificiale ne abbiamo vista ben poca. Forse, appena appena, quella utilizzata per scrivere la lettera di licenziamento. “Contesto competitivo”, “integrazioni di soluzioni”, “orientamento strategico”, “innovazione replicabile”: tante formule vuote e impersonali che si traducono, però, nel licenziamento dei dipendenti. Mancava solo che alla fine della lettera ci fosse scritto “Vuoi che te la riscriva con più enfasi?”, la domanda che pone sempre l’Intelligenza artificiale dopo aver eseguito un compito.

La verità, più prosaica, ma non meno grave, è che il lavoro verrà spostato a Bangalore, in India, dove il costo del lavoro e le tutele sindacali degli ingegneri e degli informatici non sono sicuramente quelli dell’Italia. È, insomma, il solito modello per cui il lavoro continuerà a essere spostato dove costa meno, dove i diritti sono più deboli e dove è più facile sfruttare. E, sottotraccia, indica che il nostro Paese non offre terreno fertile per investimenti di questo genere, spingendo le multinazionali a delocalizzare sviluppo e occupazione.

La tecnologia non è neutrale, il progresso non può essere scaricato sui lavoratori. Non sarà mai l’Intelligenza artificiale il problema, ma l’uso che se ne fa: senza regole e senza responsabilità sociale, saranno sempre scelte dell’uomo, sbagliate e disumane, a far pagare il prezzo del cambiamento a chi lavora.

Siamo un Paese povero di materie prime, che ha sempre primeggiato per la qualità, l’ingegno, la fantasia dei nostri artigiani, dei nostri capitani d’industria, per la bravura dei nostri lavoratori.

Partiamo da qui, allora, per immaginare il nostro futuro. Il nostro terreno di battaglia non è quello della gara a realizzare microchip, ma quello dei software, delle idee, dei codici, degli algoritmi. Ed è terreno anche per il Sindacato, che deve prevedere – nella contrattazione collettiva da qui ai prossimi anni – il cambiamento delle funzioni, il ripensamento dell’orario di lavoro, i vantaggi che un uso accorto dell’Intelligenza artificiale potrà portare nelle catene produttive, nelle mansioni ripetitive, nella ridistribuzione del reddito. È una sfida impegnativa, ma siamo attrezzati per affrontarla. Non siamo luddisti: siamo convinti che, governandolo, possiamo dare un futuro migliore ai nostri lavoratori.