Austerità, tagli allo stato sociale e compressione dei diritti. I nostri salari reali sono tragicamente fermi dagli anni ’90. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un paradosso inaccettabile: a fronte di un crollo del 12% dei salari reali dei lavoratori italiani, le imprese hanno registrato un incremento medio dei profitti del 45%. Non vi è stata alcuna redistribuzione di questi margini, né alcuna inversione di tendenza nei modelli organizzativi.
È necessario rimuovere una macchia indelebile sulla nostra democrazia: si può essere poveri pur lavorando a tempo pieno. Il lavoro povero va estirpato alla radice. Per farlo, il recupero del potere d’acquisto deve passare attraverso il rinnovo tempestivo dei Contratti collettivi nazionali di lavoro, strumento principale di democrazia economica, ma anche con la lotta senza quartiere ai contratti pirata, firmati da organizzazioni di comodo, al solo scopo di legittimare il dumping sociale e normativo.
A questo si lega la necessità di respingere il populismo del ‘salario minimo’, rivendicando il concetto di ‘salario giusto’, inteso come Trattamento economico complessivo (Tec), che deve includere il Trattamento economico minimo (Tem) agganciato all’indice Ipca-Nei, con le mensilità aggiuntive, le indennità, la riduzione dell’orario, gli elementi di welfare.
Vanno negoziati accordi in cui, a seguito dell’introduzione dell’IA, si riduca l’orario di lavoro a parità di salario reale, concretizzando l’obiettivo della ‘settimana corta’, imponendo per via contrattuale la trasparenza sugli algoritmi e conquistando un vero e proprio diritto universale alla formazione continua, con un monte orario annuale adeguato, in orario di lavoro.
Il territorio regionale, con la vertenza Electrolux, sta vivendo la minaccia di più di 1.700 licenziamenti nel settore dell’elettrodomestico bianco: un fatto totalmente inaccettabili che ricadrebbe per lo più sul sito di Porcia (Pordenone), e a cascata sull’indotto storico del pordenonese, come esempio di deindustrializzazione.
Non possiamo parlare di futuro del lavoro senza guardare in faccia le pesanti crisi industriali dei nostri territori. Di fronte alle guerre commerciali globali, l’assenza di una visione strategica da parte del governo e dell’Europa è disarmante. Tuttavia, se è vero che i problemi della competitività vanno affrontati con interventi di sistema europei sui costi di energia e materie prime, è altrettanto vero che altri grandi Paesi europei reggono meglio l’urto perché sanno fare sistema tra Istituzioni, imprese e parti sociali.
In Friuli Venezia Giulia, la regionalizzazione è stata portata a termine e sancita definitivamente al Congresso regionale il 19 giugno scorso. Questa svolta non è un abbandono del territorio, ma al contrario: è un rafforzamento. Significa sburocratizzazione, efficienza e chiarezza. È la libertà di ottimizzare le risorse umane e finanziarie per destinarle allo sviluppo e a chi ha voglia di lavorare. Facciamo sinergia tra l’azione delle categorie e l’operato di Caf e Patronato Ital-Uil, il fulcro per garantire la dignità di ciascuno. Un Sindacato più snello al centro è un Sindacato più forte e vicino alla carne viva dei bisogni delle persone.