“Diciamo NO alla violenza contro le donne”: una dichiarazione talmente sacrosanta su cui nessuno potrebbe mai dissentire. Se lo chiedessimo per strada, a un collega, a un parente, la risposta sarebbe unanime. Nessuno (o quasi…?) avrebbe da pensare neanche un secondo da quale parte stare. Ed è importante dire quel “NO”, schierarsi contro, assumere una posizione in maniera esplicita. Però è un gradino, il primo, di una scala di impegno molto più grande che, nel suo punto più alto, trova la volontà di cambiare le cose.
Dire NO, del resto, è facile, veloce, non costa nulla. E rischia di deresponsabilizzarci. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico e le iniziative di sensibilizzazione sulla violenza contro le donne si sono decisamente ampliate: molte e molti di noi hanno preso posizione, dicendo quel NO. Eppure – basta leggere un giornale e guardarsi intorno – la violenza continua a prosperare nella nostra società. I femminicidi non si arrestano, la violenza domestica aumenta, le molestie nei luoghi di lavoro persistono e i dati che abbiamo, che possiamo analizzare, sono estremamente parziali e sottostimano il fenomeno, perché sappiamo bene quanto sia difficile denunciare.
Dire NO non basta più. Con questa convinzione, in occasione del suo XIX Congresso nazionale, la Uil ha scelto di fare un passo ulteriore: trasformare il NO individuale in un NOI collettivo. Non basta più condannare la violenza, il punto più visibile di una piramide molto più ampia e in gran parte sommersa, fatta di discriminazioni, stereotipi, sessismo, misoginia, dipendenza economica e squilibri nei carichi di cura. È su questo terreno fertile che la violenza nasce e si alimenta, ed è qui che serve un impegno quotidiano e condiviso.
È qui che serve il NOI, per contrastare la violenza, certo. Ma soprattutto per sradicare tutto ciò che costituisce il terreno fertile nel quale la violenza nasce e si alimenta. Non una dichiarazione di intenti, ma un impegno reale, quotidiano, condiviso e profondamente convinto.
Ecco perché, davanti a tremila delegate e delegati, ospiti istituzionali e media nazionali, dal palco di questo Congresso, lanciamo una campagna di comunicazione in cui il NO alla violenza evolve in una responsabilità collettiva. La responsabilità di ciascuno e di ciascuna di noi di cambiare le cose, di prendere posizione: nella vita quotidiana, in famiglia, sul lavoro, nell’azione sindacale. L’obiettivo non è soltanto combattere la violenza, ma costruire contesti, di vita e di lavoro, che ne impediscano la nascita. In sintesi, è costruire parità, in tutte le sue dimensioni.
Al centro della campagna c’è un gesto simbolico, pensato per essere replicato e condiviso sui social, nei luoghi di lavoro e nelle sedi sindacali, lasciando ampio spazio alla creatività di chi vorrà partecipare per diffondere il messaggio ovunque. È il gesto che nella lingua dei segni significa “equal”: due mani che si toccano, dita contro dita, con il palmo rivolto verso il basso.
Per sostenere questo impegno, la Uil ha deciso di investire nella formazione con un percorso ampio e laboratoriale, pensato per mettere in discussione stereotipi consapevoli e inconsapevoli. L’obiettivo è formare delegate e delegati, sindacaliste e sindacalisti più capaci di contrattare su questi temi, di riconoscere difficoltà e bisogni e di tutelare meglio i diritti di tutte le persone. Un percorso senza giudizi, orientato a un solo scopo: crescere, individualmente e come Organizzazione.
Per questo progetto, la Uil ha scelto un partner d’eccezione, la Fondazione Giulia Cecchettin, che progetterà e gestirà direttamente due moduli del programma formativo. Uno di questi sarà dedicato alla “maschilità consapevole”. Il corso che abbiamo costruito è pensato per uomini e donne che vogliono aumentare la propria consapevolezza, competenza e capacità di agire, impegnandosi concretamente per il cambiamento.
Con questa doppia scelta, comunicazione e formazione, la Uil prova a rispondere a una domanda non scontata, che resta aperta per tutti: non più “sei contro la violenza?”, ma “cosa sei disposto a fare, ogni giorno, per costruire la parità?”