Concordo pienamente sui contenuti della bellissima relazione del nostro Segretario generale PierPaolo Bombardieri.
Vorrei sviluppare in questo poco tempo a disposizione un tema evidenziato dalla relazione di PierPaolo: quello del ruolo delle imprese italiane, in quanto, secondo il mio modestissimo parere, sono state le principali artefici delle diseguaglianze economiche e normative a danno della classe lavoratrice.
Dal 2014 al 2025 le aziende italiane hanno aumentato fortemente gli utili – di quasi il 70% – a fronte di una variazione del salario reale dei propri dipendenti intorno all’1%. Se trent’anni fa un manager guadagnava 10 volte più della paga di un operaio, oggi un manager guadagna tra le 100 e le 200 volte in più della paga di un operaio.
Nel frattempo, è sempre più difficile rinnovare un contratto collettivo nazionale, tanto che il rinnovo avviene dopo alcuni anni dalla sua scadenza. I contratti aziendali vengono rinnovati solo da poco più del 20% delle imprese, lasciando la stragrande maggioranza delle lavoratrici e lavoratori senza poter avere il giusto ritorno economico rispetto ai fatturati e utili maturati dall’imprenditore.
Le percentuali di lavoro irregolare, nero e di sfruttamento stanno aumentando in maniera considerevole e non c’è giorno che le autorità competenti non scoprano ambienti di lavoro in cui operano clandestini, lavoratori senza contratto e in condizioni di sfruttamento.
Sembra di rileggere le teorie ottocentesche che definivano lo sfruttamento, ovvero il profitto dell’imprenditore, perché generato dal plusvalore, cioè da quel lavoro non retribuito al lavoratore.
Nel frattempo, di fronte a queste forti disuguaglianze che si sono create tra capitale e lavoro, i nostri manager e industriali hanno trasformato l’Italia in una colonia industriale, vendendo pezzi fondamentali e strategici della nostra industria italiana: l’ex Fiat è francese, Magneti Marelli è giapponese, Gucci e Bottega Veneta – del gruppo Kering – sono francesi, Perugina è svizzera, Grom dei Paesi Bassi e si potrebbe continuare all’infinito. Un processo di vendita, di deindustrializzazione e delocalizzazione infinito.
Notiamo, quindi, un incremento della cassa integrazione straordinaria, oggi arrivata al +18% in Toscana, e un aumento contestuale dei licenziamenti.
Tutto ciò mette in luce come la determinazione dei bassi salari e di condizioni di lavoro peggiori, rispetto al passato, siano state generate soprattutto da un atteggiamento delle nostre imprese italiane fortemente egoistico, portato avanti verso il capitale e la realizzazione di utili, mai redistribuiti verso le lavoratrici e i lavoratori.
Insomma, serve recuperare queste diseguaglianze e per farlo le imprese devono contribuire, molto più dello Stato centrale, con l’abbattimento delle tasse sul lavoro. Devono aumentare gli stipendi e rendere dignitose le condizioni di lavoro, applicando quel principio che si chiama responsabilità sociale dell’impresa, fondata su sostenibilità sociale, ambientale ed economica, il cosiddetto “trilemma”.
Per riuscire in questo scopo penso che non sarà sufficiente un accordo su nuove regole per il rinnovo dei contratti, ma servirà forse un’ulteriore azione conflittuale al fine di recuperare una differenza troppo ampia tra capitale e lavoro.
Azione conflittuale che ad oggi risulta ingabbiata da leggi che hanno di fatto reso difficile, se non impossibile, protestare e scioperare.
Penso, però, che se sapremo orientare bene le nostre strategie verso questo scempio perpetrato dalle imprese italiane, sapremo risollevare chi oggi rappresentiamo, offrendo loro una vita libera e dignitosa.