La discussione sul futuro dello Stato sociale non può più essere rinviata. Viviamo una fase storica in cui il welfare, così come lo abbiamo conosciuto, è messo sotto pressione da trasformazioni profonde: demografiche, tecnologiche, sociali ed economiche. Ecco perché è necessario avviare un confronto che vada oltre l’emergenza annuale della manovra economica e si concentri su ciò che vogliamo garantire alle persone nei prossimi anni: pensioni dignitose, servizi pubblici di qualità, sanità accessibile, protezione sociale solidale, politiche per giovani e famiglie.
Rilanciare lo Stato sociale significa, prima di tutto, riconoscerne il valore come infrastruttura democratica: un presidio di uguaglianza sostanziale, un fattore di coesione e un motore di sviluppo. Non è solo una rete di protezione per chi è più fragile, ma una leva strategica per aumentare produttività, benessere e partecipazione. Tuttavia, per garantire tutto questo servono risorse stabili e servono scelte politiche coraggiose.
Tra i pilastri fondamentali dello Stato sociale, maggiore preoccupazione desta quello relativo alla sanità pubblica. Liste d’attesa interminabili, difficoltà di accesso alle cure, carenza di personale e investimenti insufficienti stanno minando uno dei cardini del nostro modello sociale. Serve un investimento importante, strutturale e programmato, perché la salute non è una variabile di bilancio ma un diritto costituzionale. E quando la sanità pubblica arretra, crescono le disuguaglianze e milioni di persone rinunciano a curarsi: una deriva inaccettabile per un Paese che vuole definirsi civile.
Accanto alla sanità, anche le politiche sociali soffrono ritardi e squilibri profondi. La competenza concorrente tra Stato e Regioni ha prodotto negli anni una mappa frammentata di diritti: ai cittadini vengono garantiti servizi diversi a seconda del territorio in cui vivono. Per questo occorre dare piena attuazione al dettato costituzionale: i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) non devono solo essere definiti, ma anche finanziati adeguatamente, affinché i diritti sociali siano realmente esigibili in tutto il Paese. La perequazione economica nazionale deve diventare lo strumento attraverso cui assicurare ovunque lo stesso livello di protezione sociale, perché solo così si può arrestare la crescita della povertà che i dati ufficiali ci mostrano in aumento e non soltanto nel Mezzogiorno.
In questo quadro, anche il fisco assume un ruolo centrale. Il dibattito pubblico italiano tende spesso a ridurre la questione fiscale a un esercizio di tagli o di sconti, ma la prospettiva è più ampia: il fisco non è solo un costo, bensì uno strumento fondamentale di redistribuzione e di equità, l’unico capace di sostenere realmente il finanziamento dello Stato sociale. Recuperare risorse significa combattere con determinazione l’evasione fiscale, che sottrae decine di miliardi ai servizi pubblici. Un sistema fiscale non può essere bifronte: rigido e implacabile alla fonte verso lavoratori e pensionati, ma flessibile e indulgente verso altri contribuenti attraverso condoni, definizioni agevolate e cartolarizzazioni.
Per irrobustire la coesione sociale nel nostro Paese occorre un fisco progressivo, che tassi di più gli extra profitti, le rendite e le grandi eredità, per tassare meno lavoro dipendente e pensioni. Un accenno va fatto anche al tema della rappresentanza: solo rafforzando la legittimazione dei soggetti che firmano i contratti e combattendo i fenomeni di dumping contrattuale è possibile tutelare davvero salari e diritti, che a loro volta alimentano la sostenibilità dello Stato sociale.
La sfida, dunque, è costruire un Paese in cui la crescita non derivi dalla compressione dei diritti, ma da investimenti sul lavoro, sulla giustizia sociale e sulla dignità delle persone. Per questo la Uil ha scelto di essere il Sindacato delle persone, perché il futuro dello stato sociale riguarda la qualità vita di tutti noi.