La velocità di sviluppo dell’Intelligenza artificiale è esponenziale e di fatto non si riesce a prevedere quali saranno le sue ricadute sulla società e, quindi, sul lavoro. Tutti concordiamo sul fatto che si tratta di un fenomeno che va governato e non subìto.
Tra il dire e il fare, tuttavia, non c’è il mare, ma due interi oceani. C’è un dato di partenza geografico: le società dell’Intelligenza artificiale sono per il 70% statunitensi e per il 30% cinesi. In Cina il controllo sulla tecnologia da parte del Partito comunista cinese è ferreo. Anche negli Stati Uniti, dopo il Cloud Act del 2018, le aziende per motivi di sicurezza devono aprire i loro data center alle autorità Usa, anche se fisicamente si trovano all’estero con dati di utenti esteri. È una porta spalancata allo spionaggio industriale. Con l’Intelligenza artificiale, i cui sviluppatori hanno conquistato le vette con il furto massivo di dati e contenuti protetti on-line per ‘educare’ i modelli di Intelligenza artificiale, il problema viene elevato all’ennesima potenza.
La domanda prioritaria non è, quindi, se possiamo fidarci dell’Intelligenza artificiale, bensì se possiamo fidarci dei servizi di Intelligenza artificiale delle attuali multinazionali?’. La risposta è ‘no’. Tuttavia, la promessa della ‘macchina pensante’ che fa risparmiare fa troppo gola, e molte imprese in Italia si sono lanciate su prodotti disponibili sul mercato, in un mondo in cui la tecnologia sta diventando sempre più strumento di controllo.
Per poter governare l’Intelligenza artificiale bisogna prima di tutto ‘averla’. L’Unione europea è in grave ritardo nello sviluppo dell’indipendenza digitale, ma ha compiuto i passi fondamentali dal punto di vista normativo, con il Digital Service Act e l’AI Act. In questo ambito possiamo definire quale impatto deve avere l’Intelligenza artificiale sul mondo del lavoro, ribadendo per primi i ‘divieti’ europei alle imprese per quanto riguarda lo ‘social scoring’ (punteggio sociale), la sorveglianza di massa e classificazione biometrica ed emotiva nei luoghi di lavoro. È considerato a rischio elevato li sistema di Intelligenza artificiale di gestione del personale, come la selezione dei curricula, il monitoraggio dei percorsi produttivi, su cui serve sempre una supervisione umana.
Per aumentare la produttività, la proposta della Uil è quella di aggiungere strumenti di Intelligenza artificiale ai lavoratori, che vanno formati al loro utilizzo e con il loro utilizzo, e non di sostituire i lavoratori con l’Intelligenza artificiale. Anche con il migliore degli algoritmi e con la robotizzazione più avanzata, l’imprevisto e l’eccezione dovranno essere sempre risolti dalla persona. Anche per quanto riguarda i lavori pericolosi o usuranti che oggi vengono fatti dalle persone, ci vorrà sempre l’esperienza e l’inventiva umana, anche se a fare il lavoro domani sarà una macchina con l’Intelligenza artificiale.
Insomma, il giudizio se un lavoro è ben fatto, necessario e utile, lo dovrà dare sempre l’uomo, non la macchina che è indifferente verso il lavoro così come verso il ‘consumo’, uno dei motori dell’economia. L’IA può essere utile per le imprese, aumentando la produttività, il benessere e riducendo gli infortuni dei lavoratori. In questo senso, anche ai lavoratori spetta una parte dell’utile, frutto dell’aumento di questa produttività. E, sempre in questo senso, l’Intelligenza artificiale rimarrebbe comunque governata, per quello che è: uno strumento di produzione.