Economia

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LA UIL, L’EQUITÀ FISCALE E IL RIFORMISMO ITALIANO

di Roberto Campo - Presidente dell’Istituto degli Studi Sindacali della Uil

Wednesday, June 23, 2021

“La riforma fiscale è la chiave per la ricostruzione economica del Paese”. Comincia così il bell’articolo di Domenico Proietti sulla riforma fiscale che dovrebbe essere la più importante tra quelle che accompagneranno il piano italiano di ripresa nell’ambito del Next Generation EU. Quanta strada è stata fatta per arrivare oggi ad una sensibilità comune delle tre organizzazioni sindacali confederali circa la centralità della questione fiscale. Non fu così quando la UIL per prima pose, nel 1984, il problema, con due clamorose iniziative, intitolate “Io pago le tasse. E tu?” La prima si svolse a Roma, il 26 giugno; la seconda, a Milano il 20 novembre: segnarono l’esordio del tema del fisco nel sindacato italiano. Ma la UIL rimase a lungo da sola a parlarne e a denunciare un’evasone sistematica diventata, come riconobbe anche il Ministro delle Finanze Bruno Visentini, “un vero schifo”. Le culture politiche e sindacali di CGIL e CISL fecero fatica a misurarsi con questo tema, e, per timore di mettere in discussione la funzione redistributiva della fiscalità, a lungo non riuscirono a fare i conti con un sistema che tollerava dati abnormi di evasione ed elusione, mettendo così il peso della tassazione in maniera esorbitante sulle spalle del lavoro dipendente. Savino Pezzotta, segretario generale della CISL 2000-2006, si compiaceva di reiterare il suo “Io amo le tasse”, dalle buone intenzioni ideologiche, ma incapace di fare i conti con una realtà concreta che vede i lavoratori dipendenti e i pensionati contribuire per il 94% al gettito Irpef, come rileva Domenico Proietti: altro che redistribuzione! La piattaforma unitaria CGIL, CISL, UIL oggi sancisce la piena assunzione del tema da parte di tutto il sindacato confederale. L’appuntamento con il recovery plan può essere storico. Ineludibile la riforma fiscale per nuovo ciclo di riformismo politico e sindacale. I riformisti di ieri lo sapevano, e dobbiamo sentirli vicini. Claudio Treves preparò, insieme a Carlo Sambucco e Filippo Turati, per il VI Congresso socialista, tenutosi a Roma, una bozza di programma minimo – sulla scia del Congresso della Socialdemocrazia tedesca di Erfurt, del 1891 -, di cui una “maggiore equità fiscale” era uno dei punti. Ma le carenze strutturali dello Stato e dell’Amministrazione erano invalidanti già allora, come rileva Filippo Turati nel suo grande discorso del 26 giugno 1920, “Rifare l’Italia!”, dove lamenta che “questi organi, per gli accertamenti fiscali e per tutto il resto, mancano in Italia e, dove sono, molto spesso sono corrotti.” Di grande interesse alcuni passaggi del discorso di Bruno Buozzi alla Camera del 25 novembre 1922. Il tema è la richiesta da parte di Mussolini di pieni poteri. Buozzi interviene contro. Mussolini lo interrompe più volte. Buozzi gli tiene testa. In particolare, vuole smontare le tesi fasulle sostenute dai parlamentari fascisti, tra cui l’industriale Tofani, a supporto della richiesta dei pieni poteri. Un punto di scontro verte sulle tasse sui salari e su quelle pagate da industriali e commercianti. “Ci sono in Italia appena 508.067 industrie e commercianti” – dice Buozzi – “che pagano le imposte e per un reddito medio di 3.000 lire a testa. Dico 3.000 lire!” Buozzi non ha remore nel dire che questi evasori tradiscono la patria. La lunga lotta della UIL per l’equità fiscale ha radici antiche nel riformismo italiano.