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La transizione sociale

di Lucia Grossi - Segretaria generale UilTemp

Tuesday, April 27, 2021

Il tema della precarietà accompagna il dibattito relativo al mondo del lavoro ormai da tanti anni, evolvendo con i suoi molteplici cambiamenti. Oggi, però, ci ritroviamo a fare i conti con una pandemia mondiale che, oltre a mettere in crisi il sistema sanitario nazionale, è diventata una vera e propria crisi economica e sociale.


La UILTemp ha cercato e cerca di essere una voce della transizione sociale, di quel mondo complesso, fatto di lavoratrici e lavoratori che in questi ultimi decenni sono stati penalizzati da un Paese che blatera su capitale umano ed innovazione, ma che di fatto lo ha disperso, finendo spesso per costruire solo il senso vuoto di alcune parole. Ci chiediamo che senso abbia il “capitale umano” senza le persone, che senso abbia la “flessibilità” senza la possibilità e la libertà di inseguire il proprio percorso di vita, che senso abbiano le “competenze” senza un disegno che punti alla valorizzazione delle capacità di ognuno.


Rappresentare il lavoro precario è sicuramente complicato, per usare un’iperbole: è un modello di disintermediazione organizzata, dove gli individui che competono singolarmente in un mercato senza confini, devono allearsi per ottenere spesso solo una legittimazione sociale. Legittimazione che, solo nei casi più proficui, diventa rivendicazione nel senso classico del termine. 


Negli ultimi anni siamo riusciti in diversi casi a rovesciare quelli che, in senso classico, sarebbero stati definiti “rapporti di forza”, che oggi ancor di più si manifestano in una serie di micro-conflitti che non coinvolgono solo la dicotomia tradizionale “impresa-lavoratore”, ma vanno sempre più qualificandosi come una contrapposizione più complessiva tra garantiti e precari. Ne sono esempio le vertenze ancora aperte sui lavoratori in somministrazione di Poste Italiane, sui Navigator collaboratori presso Anpal Servizi, sui lavoratori somministrati in Amazon, sui collaboratori e/o somministrati dei call center e su altre vertenze che ormai rappresentano un nuovo modello di organizzazione del lavoro. Contesto che si aggrava quando, il concetto statico di “padrone” cambia e assume la forma di una piattaforma, con obiettivi e modelli piuttosto dinamici, con la quale diventa complicato intavolare proficue relazioni industriali.


Una spaccatura dunque, appena descritta, che sembra ricalcare quella aperta da Gaetano Salvemini all’inizio del secolo scorso tra aristocrazie operaie del Nord e il resto della massa lavoratrice, con l’aggravante che, stando ai numeri, oggi la maggioranza è rappresentata dai non garantiti, il cui numero è destinato a crescere. E allora, che fare?


Si potrebbe istituire una commissione parlamentare di inchiesta sul lavoro precario, con il compito di proporre un piano chiaro e definito sul quale costruire un sistema di politiche attive (formative e assistenziali), basato su esigenze reali e prospettive concrete. Tale commissione dovrebbe necessariamente prevedere il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali, sempre in “transizione” e spesso sostituite dalla magistratura, che genera teoremi ma non soluzioni, garantite invece solo dall’azione quotidiana, empirica, pragmatica ed evolutiva delle organizzazioni sindacali.


Siamo di fronte ad una rivoluzione che è partita dalla seconda metà del secolo scorso, spinta dall’informatica e dalle tecnologie digitali, ed è probabile che nella capacità di interpretare i nuovi “spazi” ci sia il futuro del sindacato e di conseguenza la possibilità di lavoratrici e lavoratori di rivendicare diritti e futuro.