mercoledì 01 Febbraio 2023

Per il recovery plan non discussioni, ma progetti realizzabili

La pandemia ha fatto emergere la questione dello smartworking. In alcuni settori del privato le esperienze di erano già maturate, per altri sono esplose con l’emergenza sanitaria.

Molto più complesso è il discorso per la Pubblica Amministrazione. Mancano le reti informatiche e le attrezzature adeguate. Ma soprattutto bisogna rivedere le procedure. Non si può procedere in maniera episodica e approssimativa, occorre una rivoluzione culturale e un grande piano di informatizzazione. Le risorse, disponibili dalla Next Generation, devono essere indirizzate a implementare le capacità informatiche, delle reti ma soprattutto del personale.

Ciò vale anche per il servizio sanitario. Sui grandi ospedali si è riversato il più grosso carico dell’emergenza epidemiologica, e non solo per gli acuti, con i Pronto soccorso ingolfati e a rischio contagio. Nel territorio le case di riposo per anziani, incontrollate, sono diventate dei veri e propri lager. Occorre destinare risorse soprattutto in formazione professionale per una valida rete sanitaria nel territorio, per servizi ambulatoriali e di telemedicina, per riorganizzazione delle funzioni dei medici di famiglia in case della salute e assistenza domiciliare.

Per le scuole, per superare la Dad, servono interventi di edilizia scolastica per consentire lezioni in presenza in condizioni di sicurezza. Ma rimane comunque la necessità di investire su un grande piano che supporti le competenze informatiche dei nostri giovani, la carta più importante per il mercato del lavoro di domani, anzi di oggi.

L’altro tema è quello della transizione energetica. Il principale settore industriale della Sicilia è il Petrolchimico che rappresenta più del 60% dell’export regionale. Gela si è già riconvertita con una raffineria green, ma è un modello non replicabile. L’Europa prevede di abbandonare il carbone nel 2050. Petrolio e metano anche dopo. Nel frattempo, non possiamo distruggere un settore industriale, buttare sul lastrico decine di migliaia di lavoratori per rimanere semplici depositi di stoccaggio di carburanti raffinati altrove. Affiancare alla raffinazione altre produzioni collegate, come quella di metanolo a Priolo, e guardare in avanti verso l’era dell’idrogeno. Blu, ma anche green. L’Etna Valley è all’avanguardia nella produzione dei pannelli solari bifocali di 3Sun con il progetto “Giga Factory” da 500 milioni e mille assunzioni. A2A ha presentato il piano per riconvertire la centrale a gas di San Filippo del Mela in produzione di biotecnologie, ma attualmente bloccato dall’inerzia del governo regionale. Il Cnr, invece, ha proposto un polo di ricerca sulle tecnologie dell’idrogeno che può mettere in sinergia, guardando al futuro, le principali realtà industriali della nostra isola. 

Certo, va recuperato anche il gap delle infrastrutture di collegamento. Rilanciare l’hub portuale di Augusta che serve al Petrolchimico e all’Etna Valley. L’autorità portuale di Palermo ha già presentato progetti per il rilancio della cantieristica navale. Occorre modernizzare la rete ferroviaria, che in parte ricalca ancora quella che serviva le miniere di zolfo, e sciogliere il nodo del collegamento Sicilia-Continente. Siamo sempre stati a favore del Ponte, ma siamo consapevoli che non può rientrare tra le opere previste nel Recovery Plan. Basta quindi proclami, ci si confronti sui progetti realizzabili per strade e ferrovie. Anche per il sistema aeroportuale, a fronte del calo dei passeggeri, bisogna riorientarsi verso il cargo.

Non si può discutere in astratto su come dividersi le risorse, magari per lasciarle non spese. Seguendo le indicazioni europee vogliamo confrontarci su progetti veri e realizzabili per non sprecare quella che rischia di essere l’ultima occasione di sviluppo per il Sud.