giovedì 26 Gennaio 2023

DARE UN’ANIMA AL RECOVERY FUND PER IL RILANCIO DEL SUD

I prossimi mesi segneranno un confine. O inizia il ‘tempo nuovo’ degli anni venturi, aperti alle dinamiche delle sfide internazionali o il Paese si rimpicciolisce, rimanendo senza prospettive. 

Il sistema-Italia, quello meridionale e il più piccolo sistema lucano, per competere devono profondamente trasformarsi. Una “resilienza trasformativa” dicono i recenti documenti europei. Un grande e condiviso slancio per il cambiamento, legato alle politiche industriali, al capitale umano, alla transizione ecologica.

In Basilicata la situazione di svantaggio preesistente è stata aggravata dal Covid. E allora dobbiamo ripartire dall’esigenza di un profondo cambiamento delle politiche, pena l’aggravarsi delle precarietà ed il permanere di condizioni di marginalità socio-economica della regione. 

Pensiamo ad una regione del Mezzogiorno aperta e integrata nei suoi confini, in relazione con i processi globali.

E su questo progetto non è sufficiente rivendicare più soldi del Recovery Fund come hanno fatto sei Governatori delle Regioni del Sud, tra i quali il Governatore lucano.

Lo scenario dei finanziamenti europei è di grande interesse e suggestione. Se solo si guarda ad esso con occhi nuovi, con un supplemento di intraprendenza. Il punto vero è di dare un’anima, una progettualità sociale, per una stagione di grande capacitazione sociale.

Il Recovery e resilience plan italiano dovrà dare risposta alle quattro grandi questioni poste dalla crisi e dalla transizione energetica: le persone, le imprese e il lavoro, i territori. 

Le scelte che dovranno essere prese nel Piano dovranno aiutare investimenti in sostenibilità, ricerca, innovazione, qualità che sono la migliore medicina per il rilancio dell’economia. 

Tutto ciò a partire dalle esigenze strategiche di fondo per il Sud. Sull’asse Napoli-Bari-Taranto, passando per Matera, si dispiega un territorio che può farsi soglia, una volta superate le faglie lasciate dal fordismo. Si va dall’avionica a Napoli e Grottaglie, al buco nero di Taranto ancora irrisolto, passando per Melfi dove si ragiona di robotica e ci si interrogherà sull’auto post-elettrica.

E poi qui più che altrove, le filiere agroalimentari, del pomodoro e non solo, segnate da una faglia tra eccellenze e caporalato, tra Salerno e Foggia. Un grande territorio interno in cui sperimentare nuovo lavoro agri-food, biodiversità, economia green, ricerca nei poli universitari appulo-campano-lucani. 

Ripartire dalle aree metropolitane, dalle 100 città, dal municipalismo, dalle regioni. Alle parti sociali tocca fare soglia per una nuova società di mezzo adeguata ai tempi.  Alla politica, alle Istituzioni tocca alimentare una visione, in tempi di fibrillazioni geopolitiche dal Mediterraneo alle Alpi. Ma ci sono altri temi nazionali che al Sud servono con grande urgenza: le infrastrutture, il Piano Amaldi per la ricerca, una rete sul modello della Fraunhofer tedesca per il trasferimento dell’innovazione tecnologica e delle competenze a imprese e lavoratori, con l’esempio positivo del Centro di ricerca di S.Giovanni a Teduccio (Na).

Per superare gli ostacoli al cambiamento è bene che il nuovo Governo riunisca e rilanci due aspetti: indirizzare le comunità locali con una mappa cognitiva delle cose da fare, sia per l’emergenza vaccini ma anche per cominciare concretamente a riqualificare i sistemi sanitari con al centro territori, distretti e persone; corredare la nuova programmazione con sistemi definiti di compartecipazione delle forze sociali, in un’ottica di dialogo sociale, incentivando la definizione di pacchetti ed opere di rilievo interregionale come una priorità strategica del nuovo sviluppo meridionale.